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Il Gruppo Teatro Devadatta nasce per un irresistibile desiderio di emulazione.
Vai al sito: http://teatrodevadatta.wix.com/teatrodevadatta

Nei primi corsi di meditazione tenuti da Padre Cappelletto (http://www.padrecappelletto.it/) a Torino,
ben prima che il piccolo gruppo di persone interessate ad approfondire l’argomento si costituisse anni dopo nel Movimento dei Ricostruttori nella preghiera, uomini e donne della più svariata provenienza e di diversa età e condizione sociale si trovarono a condividere insieme del tempo, dei fine settimana ed un ricchissimo insegnamento teorico/pratico su una pratica spirituale (la meditazione profonda), che si presentava alla loro comprensione come un infinito ventaglio di possibilità. Erano gli anni appena precedenti e immediatamente seguenti il 1980.

Come dicevo, il piccolo Gruppo creatosi si ritrovava nei fine settimana allo scopo di ricostruire baite abbandonate e fatiscenti (alla frazione Mollè di Forno di Coazze) e renderle in qualche modo adatte a ospitare le persone che praticavano la meditazione; ci fu poi affidato dal Vescovo locale un piccolo Santuario (Notre Dame de Machaby) sopra Donnaz, in Valle d’Aosta, dove per pochi anni ci ritrovammo per i ritiri estivi approfondendo – oltre alla pratica della Meditazione – anche la conoscenza reciproca, aprendoci ad una familiarità in qualche modo decisiva per le vite di molti di noi, familiarità che immediatamente, nel fermento di quegli anni, si accompagnò ad una progettualità caotica e appassionata.

Molti erano i giovani che si inserivano a vario titolo nel Gruppo; alcuni provenivano da esperienze politiche di estrema sinistra, altri avevano convinzioni radicalmente opposte, non pochi si collocavano in un’area ideologica non distante da quella dei primi anni settanta del tipo “figli dei fiori”, tuttavia erano decisamente più numerosi i ragazzi e le ragazze provenienti da parrocchie, gruppi scout o esperienze di aggregazione cattoliche similari. Alcuni di essi erano stati animatori, magari chitarristi in erba, sceneggiatori e registi di lavoretti teatrali o musicali che nelle parrocchie o negli oratori del post ’68 erano fioriti in abbondanza e che a cavallo degli anni ’80 sembravano mostrare un po’ la corda; proprio in questo tempo di “sospensione”, inaspettatamente, si affermò quello che avrebbe rappresentato il “fenomeno” musical/teatrale del tempo, in grado di rivitalizzare e rilanciare in tutta Italia un aspirazione giovanile per il fatto religioso, interesse che sembrava esaurito: il musical Forza, venite, gente(http://www.forzavenitegente.it/) sulla vita di San Francesco d’Assisi.In ogni parrocchia, ovunque ci fosse una qualsivoglia aggregazione giovanile di stampo religioso si cominciarono a suonare le canzoni del Musical;seppurein un tempo senza internet il tam-tam fu così repentino, spontaneo e dirompente che arrivò anche da noi, così i nostri fine settimana a Machaby si colorarono di canti, citazioni teatrali, battute di spirito tratte dal copione che filtrava di mano in mano, ricopiato e fotocopiato, da chissà dove.
Qualcosa di tracimante e irresistibile, davvero.
Personalmente, come tanti di noi non provenienti da parrocchie o da ambienti religiosi, guardavo con sospetto a tutto ciò che derivava dal cattolicesimo, quindi cercavo di mantenere una certa distanza, quasi un po’ sdegnato dalla presunta “contaminazione” che temevo avvenisse nei confronti della nuova esperienza spirituale che stavamo vivendo da così breve tempo.

D’altro canto non potevo non riconoscere – almeno intimamente – la bellezza delle canzoni e dei temi trattati; e per quanto mi sforzassi di tenermi alla larga, mi sorprendevo a partecipare con sempre maggiore piacerealle “performance” dei fratelli Arcangelo e Lillo Giordano, che si distinsero come i veri promotori e divulgatori nel nostro gruppo dell’Opera.

Il passo successivo fu l’idea di mettere in scena noi stessi il Musical, dando così il via ad un lavoro collettivo imponente che mirava a rendere riproducibili canzoni, brani recitati, balletti e “scenografie” in una scala certamente ridotta e coi nostri mezzi tecnici ed artistici che – sia pur con la presenza di qualche eccellenza – si presentavano pur sempre poverelli.

Due chitarre (a volte tre) e una tastiera costituivano la parte strumentale; voci fuori scena (solisti e coristi), una quindicina di ballerini in scena ricoprenti vari ruoli (gli alberi, i diavoli, i lupi nel bosco, i popolani ecc.), e qualche protagonista (le “eccellenze” delle quali facevo cenno poc’anzi) al centro della ribalta. La parte di Bernardone era affidata ad Arcangelo Giordano, il vero “mattatore” della nostra pièce con Gabriella Elefante che interpretava la parte della Cenciosa; i loro duetti rappresentavano (nell’opera originale ed ancor più nella nostra versione) il fiore all’occhiello della rappresentazione. Cesare Di Donna ebbe le parti del lupo di Gubbio e del diavolo,Sandro Celotto fu frate Leone; Laura Milano interpretò Chiara d’Assisi, mentre la parte di Francesco fu affidata a Marco Baroni, all’epoca ballerino della Compagnia di Danza Contemporanea Bella Hutter diretto dalla grande coreografa Anna Sagna http://www.utetuniversita.it/catalogo/arte-e-spettacolo/anna-sagna-2562.
In scena, dicevo, una ciurma di caratteristi ad interpretare di tutto: ricordo Elvina Zeuli, Daniele Merighi, Nino Zappalà, Bruna Corrado, Adriana Cavestro, Ivana Pagliarini, Mario e Marì Gili, Cristina Orecchia, Benno Baldo, Liliana Carraro, Jolanda Addamo e tanti altri.
Le voci fuori scena si giovavano delle chitarre di Lillo Giordano e Walter Genone; della tecnica vocale di Marco Araldi e poi (tra gli altri) di Vittorio Lo Valvo, Fina Addamo, Laura Milano, Carlo Eusebio e Cristina Chiolerio, voci soliste e cori.
Anche a me venne chiesto di inserirmi come voce solista fuori scena; all’epoca ero il cantante di un gruppo rock torinese (il Torino Formazione Archivio) e mi fu proposto da Arcangelo e Lillo Giordano di dare una mano cantando alcuni brani. Dietro al mio apparente distacco dal progetto, speravo davvero di esserne coinvolto, e così avvenne, grazie a Dio. Fu il mio battesimo nel nascenteGruppo Teatro Devadatta, e l’inizio del cambiamento nella mia vita.

…sì, morire sì…morire sì, ma non così…
Tu che mi uccidi, ma non per odio o per follia
Tu l’offendi, tu lo sfidi,
tu togli a Dio la vita mia
tu, uomo come me.

Questo verso di una delle canzoni dello spettacolo mi girava e rigirava nella mente; l’attesa della propria esecuzione, e quindi della morte imminente, dell’ignoto, la perdita del senso di tutto, della stessa ragion d’essere era un tema per me sconvolgente, da sempre. Nell’Opera che andavamo a rappresentare scoprii che ciascuno di noi era rimasto profondamente toccato da un verso, una soluzione musicale, un passaggio recitato; ognuno, nel modo più intimamente personale, si dedicava a dar voce e rappresentazione a qualcosa che a sua volta colorava in modo intenso la nostra voce e la nostra rappresentazione.
Proponemmo lo spettacolo in qualche chiesa di Torino, non più di tre o quattro volte, direi.
Quindi, eccitati come non mai, ci riunimmo per ragionare sul da farsi; lo spettacolo
Forza venite, gente nella sua versione originale continuava il suo giro di repliche nei teatri di tutta Italia, perciò dopo qualche mese ci venne naturale chiederci se continuare con la nostra parodia, interrompere il tutto, o rilanciare, in qualche modo .
La pazza idea di alcuni di noi fu di scrivere tutti insieme un testo teatrale; una sceneggiatura originale con musiche, canzoni e balletti. Niente di meno!

Così, iniziammo a riunirci a casa Gili per ragionare insieme dell’impresa, senza chiederci se fosse possibile, o superiore alle nostre forze e alle nostre capacità. Semplicemente, dopo aver definito il tema ed il titolo del progetto teatrale, riversammo nel calderonetutto ciò che ognuno di noi teneva nel famoso cassetto: idee, brani musicali e/o canzoni magari scritte tempo prima e adattabili al tema, insomma: un ribollire di cose e questioni poste in comune, un fervore ideativo veramente eccezionale, che ci tenne occupati per mesi e mesi, per poi sfociare nella prima realizzazione del Gruppo Teatro Devadatta, il “primo tempo” della presente narrazione.